Avevo 17 anni quando sono diventata vegetariana. Anzi un po’ più che vegetariana visto che tutto è partito dalle uova… sì perché avevo smesso di comprare oggetti di pelle già da un po’ e avvertivo un grande senso di ingiustizia nell’atto di cibarsi di animali, ma non mi era ancora scattata quella molla per cui non puoi più tornare indietro, perché per te non è più concepibile l’idea di mangiarti una bestiolina. Per anni rimanevo sorpresa quando qualcuno mi chiedeva “ma sei sempre vegetariana?”. Come prego?! Sinceramente non mi capacitavo che mi venisse posta una domanda del genere: se prendi una decisione così forte, che ti condiziona non poco la vita, non può che essere frutto di una maturata consapevolezza, di una serie di riflessioni – di testa e di pancia – che ti hanno segnato così profondamente che non hai visto altre strade dinanzi a te se non quella di cambiare il tuo modo di nutrirti (e non solo). Poi invece ho scoperto che qualcuno torna indietro. E me ne capacito ancora meno!!! Ma non voglio giudicare nessuno, penso solo che forse quella scelta non era poi così matura dentro quelle persone.
Dicevo che tutto è nato dalle uova. Mio fratello già da un paio d’anni se vedeva un pezzo di carne * in tavola diceva frasi un po’ pesanti del tipo “c’è puzzo di morte” o “tieni un cadavere” e su una ragazzina di 15 anni certe cose hanno una certa influenza! Così cominciai a riflettere sul mio diritto, come essere umano, di appropriarmi della vita di un altro animale. Mmh, non mi tornava molto in effetti. Mi documentai, mi avvicinai alla LAV Lega Antivivisezione, guardai dei filmati agghiaccianti, infine lessi l’Anello di Re Salomone… e non sono più tornata indietro!! La molla mi scattò però proprio vedendo un documentario sulle galline ovaiole – non che le galline suscitino in me una particolare simpatia o dolcezza, tutt’altro! Ma come era possibile che venissero trattate come elementi di una catena di montaggio??? Tutte stipate, strette strette in gabbie – mi correggo in file di gabbie, l’una sopra l’altra – senza spazio per girarsi, senza alcuna possibilità di movimento, costrette a stare attaccate alle compagne, senza mai veder la luce del sole dentro quei bei capannoni, senza poter razzolare nella terra, con le zampe che spesso si trasformano in moncherini a causa della grata di metallo su cui poggiano, costrette a fare i propri bisogni lì, nella gabbia, tutte insieme. Spazio assicurato ad ogni gallina? Avete presente un foglio A4? Ecco, quello! Agevole!!

Naturalmente queste condizioni malsane e di stress causano fenomeni di cannibalismo – galline che si beccano, specialmente nella zona dell’ano, arrossato per la difficoltà di espellere l’uovo in una situazione poco serena e naturale, galline che sentendo il bisogno di razzolare nella terra strusciano con forza il petto contro le sbarre fino a staccarsi le piume … – cui si può facilmente rimediare tagliando il becco alle povere malcapitate! (mi preme precisare che questa operazione non può, non deve richiedere troppo tempo, perché sarebbe improduttivo, e quindi la si compie grossolanamente, senza troppa cura e attenzione, causando talvolta ferite all’animale).
Ah già e le uova?! Eh be’ trattandosi di un business, dovendo produrre il maggior numero di uova possibile al minor costo possibile le uova devono essere raccolte con il minor sforzo e tempo possibile! Cosa c’è di meglio di un bell’ovidotto?! Di un tapis roulante in cui far scorrere le nostre belle uova sane! Le nostre belle uova. Sane non credo, poi vedete voi!
Ecco la nostra bella fabbrica di uova. Peccato che a produrle siano degli esseri senzienti, cioè che provano delle emozioni, che provano paura, dolore, stress. Ma cosa importa?! A noi interessa produrre produrre produrre e vendere vendere vendere! Poco importa se poi qualche gallina muore schiacciata dalle altre o per infezioni (una o due su un numero tanto grande non incide di certo come costo!), o se vivono in condizioni inaccettabili (sono solo galline!) o se mangiano cibo scadente (tanto poi mica si ripercuote sulla qualità delle uova… e anche se fosse? La gente mica lo sa! La gente vuole spendere poco e noi la accontentiamo!).
E non crediate che quando leggete la dicitura “allevate a terra” sia garanzia di qualità della vita di queste bestiole e delle uova che mangerete! Purtroppo, come sempre, il marketing agisce in modo da far leva sulle nostre debolezze e in questo caso viene usata una formulina che ci rassicura, ci fa dedurre che non sono in gabbia e quindi vanno bene. Ma non è così! O almeno non in maniera automatica: proviamo a chiederci allevate dove? Perché per lo più si tratterà di un capannone, libere di camminare, sì, ma sempre in condizioni igieniche precarie, con aria malsana, in mezzo ai loro stessi rifiuti, senza poter razzolare in un angolino al sole. E il cibo? È un altro elemento importante da verificare. Ma ne parleremo un’altra volta…

* pezzo di carne: ma vi rendete conto che tipo di espressione usiamo?! Carne di chi?! Siamo talmente abituati a pensare che sia normale cibarci di animali che nemmeno ce lo chiediamo! Be’ certo è molto più comodo! Dire “un pezzo di maialino” o “un pezzo di coniglio” potrebbe urtare la sensibilità di qualcuno, meglio restare sul generico se possibile…

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